Nel dibattito filosofico e scientifico, la coscienza è da sempre una questione spinosa. La filosofia della mente e le scienze cognitive hanno compiuto grandi progressi nel mappare le condizioni e i meccanismi dell’esistenza consapevole, ma si sono anche confrontate con limiti teorici insormontabili. Il problema difficile formulato da David Chalmers — la questione di come un sistema fisico generi una esperienza soggettiva — sembra irrisolvibile entro i confini dei modelli esistenti. Questi approcci, pur rigorosi, si imbattono in una sorta di muro invisibile: ogni quadro teorico sembra creare l’impasse che cerca di spiegare.

Di fronte a questa impasse, SENSE offre una via alternativa: anziché considerare la coscienza come una proprietà interna del soggetto, la propone come una funzione emergente di reti relazionali. Le scienze cognitive tendono a cercare una spiegazione internalista, focalizzata sul cervello o la mente individuale. La sociologia, invece, apre l’orizzonte al contesto esterno, agli interlocutori, alle istituzioni e alle pratiche. SENSE intende unire queste prospettive.

La coscienza come processo relazionale

SENSE rifiuta l’idea che la coscienza sia qualcosa che si trova dentro un soggetto isolato. Al contrario, la teoria sostiene che il senso, il significato e la stessa coscienza siano prodotti di interazioni complesse all’interno di un ambiente relazionale. Questo ambiente comprende corpi, istituzioni, pratiche sociali e ambienti sociotecnici. Il processo non è riducibile a una singola entità interna: è un’operazione distribuita.

Senza voler fornire una risposta definitiva, l’articolo si propone di decentrare il problema. Il problema difficile della coscienza, come formulato da Chalmers, è intrattabile perché posto all’interno di un quadro assolutamente individualista. La soluzione proposta da SENSE è di ricollocare il problema in modo radicale: se la mente non è la somma di processi neurali interni, allora chi meglio della sociologia può aiutarci a spiegare la coscienza?

Tre livelli analitici

La teoria introduce un modello basato su tre livelli distinti. Il senso è un prodotto delle pratiche e del contesto immediato: qualcosa che emerge attraverso l’azione relazionale. Il significato si forma quando il senso viene stabilizzato, istituzionalizzato e ripetibilizzato. Infine, abbiamo la coscienza stessa, una funzione che integra senso e significato in un continuum che evolve nel tempo. Non si può parlare di coscienza se manca questa integrazione relazionale — e viceversa.

Questo modello richiama tradizioni sociologiche di lunga data, come quelle di Pierre Bourdieu, Anthony Giddens, Randall Collins, Bruno Latour e Niklas Luhmann. Tutte contribuiscono, a modo loro, a una visione relazionale e distribuita del significato. Nessuna di loro, però, va fino in fondo. Le grandi teorie sociologiche non riescono a spiegare appieno la coscienza come funzione emergente. Ciascuna si ferma al limite in cui questa spiegazione diventerebbe necessaria.

SENSE e l’urgenza teorica

SENSE non è una teoria astratta. Nasce da bisogni contingenti e urgenti, legati alla convergenza di molteplici crisi teoriche: la crisi nella filosofia della mente, la crisi nella semiotica applicata, la crescente importanza dell’AI nei processi di produzione di senso. SENSE propone strumenti teorici derivati dalla lunga tradizione semiotica peirceana e della sociologia relazionale. Questi strumenti, curiosamente, non sono stati creati per rispondere a questa domanda, ma si rivelano perfetti per farlo.

Secondo SENSE, la coscienza emerge quando una rete di attori — umani e non umani — attraversa una soglia di integrazione, di orientamento pragmatico e di stabilizzazione temporale. Questo processo origina nel pubblico, nell’emergenza relazionale, e poi si sedimenta nell’intimità soggettiva. La coscienza non è né esclusivamente fenomenologica né puramente sociologica; è entrambe insieme.

La scena del bambino

Per illustrare questo punto, l’autore presenta una scena minimale: un bambino che rincorre una palla. Nella sua traiettoria ci sono elementi cognitivi, emozionali e sociali. L’oggetto “palla” non appare inizialmente come una mera entità fisica; è uno stimolo in un orizzonte di senso. Questo breve scenario mette in luce i limiti del punto di vista internalista: un soggetto che semplicemente riceve informazioni.

La scena funziona come sonda teorica. Non è né empiricamente né esplicativamente rilevante, ma ha valore euristico. Si tratta di uno strumento per mettere a confronto diverse tradizioni teoriche, da Husserl a Merleau-Ponty, da Zahavi a Searle ed Engstrom, passando per l’enattivismo e la semiotica.

Tradizioni teoriche a confronto

I paragrafi successivi esaminano una serie di tradizioni teoriche, ognuna della quale si avvicina al problema della coscienza da un punto di vista distinto. La prospettiva fenomenologica, ad esempio, enfatizza l’esperienza immersiva del soggetto. Husserl e Merleau-Ponty vedono la coscienza come un orientamento costante del corpo verso il mondo. L’enattivismo e la semiotica peirceana completano il quadro introducendo la dimensione corporea e simbolica.

Il dibattito sull’embodied cognition e l’extended mind sposta ulteriomente il baricentro verso l’esterno. Il soggetto non è più il centro di un processamento interno; è un punto di contatto in un processo distribuito. Le teorie di Zahavi, Searle e Engstrom aggiungono nuovi strati alla complessità, ma non completano il quadro: ciascuna si concentra su una porzione del tutto.

Una sintesi teorica

La terza parte dell’articolo si dedica a SENSE, che non è una teoria isolata ma l’assemblaggio cumulativo delle idee analizzate. Il confronto con le tradizioni teoriche mostra che nessuna di esse, presa singolarmente, spiega appieno la coscienza come funzione relazionale. Il contributo di ciascuna è essenziale, ma manca l’integrazione.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

SENSE riguarda il campo dell’intelligenza artificiale in modo specifico perché affronta domande centrali in questo ambito. L’AI, con la sua capacità di interagire e apprendere, ha iniziato a produrre senso anche essa. Questo fenomeno ha implicazioni per l’agente umano: i mezzi con cui produciamo significato non sono sempre interamente nostri.

Il concetto