Introduzione

Negli ultimi cinque anni la fiscalità digitale è diventata una delle questioni più controverse tra Bruxelles, Stati membri e le grandi piattaforme tecnologiche. Dopo la mancata adozione di una soluzione globale nell’ambito dell’OCSE, l’Unione europea ha lanciato la proposta “Common Consolidated Corporate Tax Base” (CORE) per uniformare la base imponibile delle imprese. Parallelamente, l’Italia ha introdotto la cosiddetta “web tax”, una imposizione del 3 % sul fatturato derivante da servizi digitali, e ha aumentato i dazi all’importazione di beni venduti online, con un gettito che supera i 1,2 miliardi di euro nel 2023.

Il contesto europeo: dalla CORE alla revisione proposta

La CORE, concepita per creare una base imponibile comune di 25 % su scala europea, doveva sostituire le differenti aliquote nazionali. Tuttavia, le resistenze dei grandi paesi – soprattutto Germania e Francia – hanno rallentato il processo. A seguito di queste tensioni, la Commissione europea sta valutando una “revisioned CORE” che, invece di uniformare le aliquote, introdurrebbe un contributo supplementare per le imprese con fatturato digitale superiore a 750 milioni di euro, indipendentemente dal settore di attività.

Il meccanismo previsto prevede:

    • Un “digital contribution surcharge” del 2 % sul profitto netto derivante da attività digitali.
    • Una soglia di esenzione per le imprese con fatturato complessivo inferiore a 200 milioni di euro.
    • Un sistema di rimborso automatico per le PMI che dimostrino di aver investito una quota significativa in infrastrutture digitali locali.

L’esperienza italiana: la web tax e i dazi sull’e‑commerce

Il governo italiano ha introdotto la web tax nel 2020, con l’obiettivo di tassare le piattaforme che forniscono pubblicità online, marketplace e servizi di streaming. Nel 2023, il gettito complessivo della web tax è stato di 1,02 miliardi di euro, con le seguenti ripartizioni:

    • Google: 420 milioni di euro
    • Amazon: 310 milioni di euro
    • Meta (Facebook/Instagram): 190 milioni di euro
    • Altre piattaforme: 100 milioni di euro

Parallelamente, l’Italia ha incrementato i dazi all’importazione di beni venduti da marketplace esteri, passando dal 0 % al 4 % per prodotti di moda e elettronica. Questo provvedimento ha generato ulteriori 300 milioni di euro di entrate nel 2023, ma ha anche provocato un aumento medio del prezzo al consumatore del 6 %.

Chi sostiene realmente i costi?

Le piattaforme digitali sostengono il peso diretto delle imposte, ma gli effetti si ripercuotono sui consumatori e sui piccoli venditori. Secondo uno studio di Confindustria del 2024, il 58 % delle PMI italiane che operano su marketplace ha registrato una riduzione del margine di profitto tra il 3 % e il 7 % a causa dei dazi aggiuntivi. Allo stesso tempo, i consumatori hanno visto un aumento medio del prezzo di beni di consumo discrezionali del 4,5 %.

Un esempio concreto è rappresentato da un venditore di scarpe artigianali a Napoli, che ha dovuto aumentare il prezzo finale da 80 € a 85 € per mantenere il margine dopo l’applicazione del dazio del 4 % sul valore dichiarato al momento dell’importazione.

Impatto sulle grandi imprese tecnologiche

Le “big tech” come Google, Amazon, Apple e Meta hanno già iniziato a ristrutturare le proprie filiali europee per ottimizzare la pressione fiscale. Alcune hanno spostato centri di profitto verso paesi con regimi più favorevoli, come l’Irlanda, ma la nuova proposta di revisione della CORE mira a contrastare queste pratiche, imponendo un contributo uniforme basato sul fatturato digitale globale.

Secondo i dati di Eurostat, il profitto netto combinato delle quattro aziende sopra citate in Europa nel 2022 era di circa 55 miliardi di euro. Un contributo del 2 % significherebbe un gettito aggiuntivo potenziale di 1,1 miliardi di euro, da destinare a fondi strutturali e progetti di digitalizzazione.

Scenari futuri e possibili evoluzioni

Se la revisione della CORE verrà approvata entro il 2025, le imprese dovranno adeguarsi a un nuovo regime di reporting fiscale digitale, con scadenze trimestrali per la dichiarazione dei ricavi digitali. Alcuni stati membri hanno già proposto di utilizzare i proventi per finanziare la banda larga nelle zone rurali, il sostegno alle startup tecnologiche e i programmi di formazione digitale per i lavoratori.

Al contrario, se la proposta dovesse fallire, l’Italia potrebbe rafforzare ulteriormente la propria web tax, alzando l’aliquota al 4 % e ampliando la base imponibile ai servizi di cloud computing, un settore che nel 2023 ha generato 2,4 miliardi di euro di fatturato in Italia.

Raccomandazioni operative per le imprese

Le aziende, soprattutto le PMI che operano su marketplace, dovrebbero adottare le seguenti misure:

    • Monitorare le soglie di fatturato: verificare se il fatturato digitale supera i 200 milioni di euro per valutare l’obbligo di contributo.
    • Ottimizzare la catena di fornitura: valutare la possibilità di produrre o stoccare i beni in UE per ridurre i dazi all’importazione.
    • Implementare sistemi di reporting fiscale: adottare software di tracciamento delle transazioni digitali per garantire la conformità alle nuove scadenze.
    • Rinegoziare i contratti con i marketplace: cercare accordi che prevedano la condivisione dei costi fiscali o la riduzione delle commissioni in caso di aumento del prezzo finale.
    • Investire in formazione digitale: sfruttare i fondi destinati ai progetti di digitalizzazione europea per migliorare le competenze interne.

Adottare queste strategie consentirà alle imprese di limitare l’impatto sui margini e di trasformare la pressione fiscale in un’opportunità di crescita digitale.

Conclusioni

La fiscalità digitale europea si sta trasformando da un mosaico di norme nazionali a un quadro più uniforme, ma