Milano, sabato 17 ottobre. In via Broletto il corteo contro il carovita si ferma davanti ai cordoni della polizia. Volano pietre, bottiglie, fumogeni. La folla si spezza, le immagini corrono sui telefoni. Domenica, in via Torino, altri gruppi sfondano vetrine e saccheggiano negozi. Fra chi scappa c’è chi riprende; fra chi riprende c’è chi pubblica. E intanto, altrove, qualcuno guarda.
Da una manifestazione alla viralità
Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, una parte dei ragazzi era al corteo dall’inizio; altri hanno raggiunto il centro dopo aver visto i video degli scontri. Non è la prova che un algoritmo abbia organizzato la violenza. È un fatto giornalisticamente più interessante: la cronaca, trasmessa in tempo reale, può diventare un richiamo per nuovi partecipanti. Il corteo ha un orario. Il feed, no.
L’account «Italia in piazza» compare su Instagram il 4 ottobre. Seguono inviti, orari, rilanci. TikTok porta i filmati oltre la cerchia dei follower; Telegram permette di inoltrarli fra comunità che non si conoscono. Durante gli scontri la logica cambia: da «venite alla manifestazione» a «guardate cosa sta succedendo». L’evento diventa fatto e richiamo.
Tre meccanismi distinti di diffusione
Tre meccanismi diversi, però, non vanno confusi:
- Convocazione: qualcuno pubblica un appuntamento.
- Condivisione: persone e gruppi lo fanno circolare.
- Raccomandazione: una piattaforma seleziona un video per utenti che non seguono chi l’ha caricato.
Le tre catene possono intrecciarsi, ma non sono la stessa cosa. Un filmato virale non è un ordine. Una folla non è, per definizione, un’organizzazione.
Il sistema di raccomandazione non comprende Milano come un cronista. Stima la probabilità che ciascun utente si fermi su un contenuto: tempo di visione, ripetizioni, condivisioni, commenti, segnali raccolti da profili con interessi simili. Da qui costruisce un ranking personalizzato. Sullo stesso tram due persone possono scorrere due versioni completamente diverse degli scontri.
Attenzione, consenso e viralità
La trappola è confondere attenzione e consenso. Una vetrina infranta può essere guardata per curiosità, paura, riprovazione o eccitazione. Tutte queste reazioni possono produrre segnali utili al sistema. Ma un video può correre anche grazie ai soli inoltri. Perciò «è diventato virale» non significa «la piattaforma lo ha spinto», e neppure «chi lo ha visto è andato in piazza». Fra uno schermo e un comportamento c’è un passaggio da dimostrare.
La domanda non è quanti ragazzi abbiano visto i video. È come li abbiano incontrati. Li hanno cercati? Ricevuti in chat? Oppure sono comparsi nel feed per raccomandazione? Quante visualizzazioni precedono gli arrivi successivi e quante seguono le prime immagini televisive? Esistono ripubblicazioni sincronizzate, reti di account che amplificano gli stessi messaggi, picchi anomali rispetto a giornate comparabili? Senza queste distinzioni la parola «algoritmo» rischia di essere solo un sinonimo elegante di «non sappiamo».
Metodologie di analisi
Una buona analisi dovrebbe incrociare:
- sequenze temporali;
- provenienza delle visualizzazioni;
- modalità di diffusione;
- segnali di coordinamento.
Il confronto con una base ordinaria è fondamentale. Anche così resterebbe un limite: l’esposizione online non prova da sola una scelta compiuta nella strada. Servono testimonianze, riscontri indipendenti e, dove pertinenti, accertamenti giudiziari. Non bastano correlazioni per stabilire una causa.
Il Digital Services Act in azione
Qui il Digital Services Act diventa più concreto di molti proclami. L’articolo 34, paragrafo 1, lettera c, include fra i rischi sistemici per le grandissime piattaforme gli effetti negativi sul dibattito civico e sulla sicurezza pubblica. L’articolo 35 richiede misure di mitigazione proporzionate. L’articolo 40 disciplina l’accesso dei ricercatori a dati pubblici e, attraverso procedure di abilitazione, anche a dati non pubblici.
AGCOM è il coordinatore italiano dei servizi digitali: l’accesso non è un lasciapassare indiscriminato, ma uno strumento regolato per misurare rischi reali, tutelando privacy e libertà di espressione.
Design delle piattaforme e responsabilità
La Commissione europea ha contestato in via preliminare aspetti del design di TikTok e, successivamente, di Instagram e Facebook: scorrimento infinito, riproduzione automatica, meccanismi che possono favorire un uso compulsivo. Sono procedimenti su rischi diversi da quelli dei disordini milanesi, non sentenze e tanto meno prove di istigazione. Il punto comune è un altro: Bruxelles ha smesso di guardare soltanto al post. Guarda anche all’architettura che decide quanto lontano può arrivare.
Ipotesi di guerra ibrida
Il 20 ottobre Guido Crosetto ha letto gli scontri attraverso la lente della guerra ibrida e della «controeducazione» digitale. È una tesi da verificare. Le campagne di manipolazione informativa straniera esistono: il Servizio europeo per l’azione esterna studia come FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference. La vecchia social engineering del falso tecnico al telefono puntava a una password; oggi operazioni coordinate possono agire sulle percezioni di comunità intere. Cambiano la scala, la velocità, la capacità di imitare conversazioni autentiche.
Ma attribuire un’operazione ostile significa trovare intenzionalità, risorse, coordinamento e tracce riconducibili a un attore. Non basta osservare ragazzi incappucciati che si filmano, né un hashtag che cresce. Per Milano, allo stato delle evidenze pubbliche esaminate, quel salto non è dimostrato. È essenziale separare tre fenomeni: partecipazione spontanea, amplificazione automatica, interferenza organizzata. Confonderli rende più difficile combattere l’ultima.
Motivazioni sociali e responsabilità penale
Nei saccheggi compaiono scarpe, abiti, articoli sportivi. Il Corriere ha raccolto da alcuni giovanissimi il sentimento di chi si considera invisibile e non può permettersi certi beni. È un indizio sociale, non una causa universale. Il desiderio di status non cancella le responsabilità individuali; il diritto di manifestare non copre chi devasta. Le contestazioni penali vanno accertate persona per persona. Anche le nuove disposizioni annunciate dal governo il 20 ottobre non possono punire retroattivamente i fatti del fine settimana.
Infrastrutture di comunicazione e resilienza
E i satelliti? Servono a un’altra parte della sicurezza. Gli algoritmi ordinano i contenuti; fibra, reti mobili e collegamenti satellitari trasportano comunicazioni. Nel 2022 l’UE attribuì alla Russia l’attacco a KA‑SAT, che interruppe servizi anche fuori dall’Ucraina. GOVSATCOM, operativo dal gennaio 2026, offre collegamenti governativi sicuri quando quelli terrestri vengono meno; IRIS², ancora in sviluppo, punta ad ampliarne la resilienza. Non controllano i feed. Possono aiutare chi gestisce una crisi a non restare isolato.
Verso una risposta proporzionata
La risposta sensata non è sorvegliare indiscriminatamente i ragazzi o attribuire a un Paese straniero ogni protesta degenerata. È chiedere alle piattaforme valutazioni serie dei rischi, aprire dati qualificati alla ricerca indipendente e distinguere l’amplificazione dalla manipolazione intenzionale. Poi difendere le reti, perché un ambiente informativo affidabile serve a poco se le comunicazioni critiche vengono spente.
Milano non prova che un algoritmo abbia ordinato di rompere una vetrina. Mostra che una piazza oggi ha anche una catena di distribuzione digitale. La democrazia deve poterla studiare, senza inventare mandanti. Il corteo finisce. Il feed continua. La verifica non può fermarsi al video.
