La sanità digitale non coincide con la semplice introduzione di piattaforme, dati e servizi online. Il libro di Mauro Moruzzi “Sanità Digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico, Ecosistema Dati Sanitari” è stata l’occasione per leggere questa trasformazione come processo tecnico, organizzativo, sociale e istituzionale.

Nel mio percorso accademico e professionale ho progressivamente ampliato le mie competenze verso i temi dell’informatica medica. Non si è trattato di un passaggio da un ambito disciplinare a un altro, ma di un ampliamento di prospettiva all’interno dello stesso orizzonte scientifico e applicativo. Rimanendo saldo nel campo dell’ingegneria biomedica, ho maturato la convinzione che l’impatto reale di una tecnologia non dipenda solo dalla sua qualità tecnica o dalla solidità dei risultati sperimentali, ma dalla capacità di integrarsi nei processi clinici, nei sistemi informativi, nelle organizzazioni sanitarie, nelle competenze dei professionisti, nei bisogni dei pazienti e nelle condizioni istituzionali che ne rendono possibile l’adozione.

È da questa prospettiva che ho letto il volume di Mauro Moruzzi: non come una semplice ricostruzione storica del Fascicolo Sanitario Elettronico, né come un testo per soli addetti ai lavori, ma come il tentativo di interpretare il passaggio dalla sanità informatizzata alla sanità digitale come trasformazione comunicativa, organizzativa e sociale.

Da ingegnere, non avrei probabilmente utilizzato il lessico della sociologia per descrivere questa trasformazione. Avrei parlato più naturalmente di architetture, standard, interoperabilità, modelli dati, processi e validazione. Eppure uno degli aspetti più interessanti del libro è mostrare come le categorie sociologiche non siano un ornamento teorico, ma uno strumento utile per comprendere la natura transdisciplinare dell’innovazione sanitaria. Quando il punto di partenza non è solo il funzionamento della tecnologia, ma il suo effetto sulle persone, sulle relazioni di cura, sulle organizzazioni e sulle istituzioni, la prospettiva socio-tecnica diventa necessaria.

Una sanità orientata al cambiamento

Ritengo che questo libro non vada letto come una storia di piattaforme e standard, ma come una riflessione sul cambiamento sociale, organizzativo e istituzionale prodotto dalla sanità digitale.

La tesi centrale del libro può essere sintetizzata così: la sanità digitale italiana non coincide con la semplice informatizzazione dei servizi, ma con la costruzione di un nuovo medium socio-tecnico della cura. FSE, EDS, telemedicina e intelligenza artificiale non sono presentati come componenti ICT da aggiungere all’organizzazione esistente, ma come parti di un ecosistema che modifica il modo in cui il sistema sanitario produce, comunica e utilizza le informazioni di salute.

In questa prospettiva, il dato clinico non resta confinato nel singolo evento di cura o nel documento prodotto da una struttura sanitaria, ma diventa parte di un flusso informativo continuo, interoperabile e potenzialmente riutilizzabile per cura, prevenzione, programmazione, ricerca e decisione. Il FSE non cambia quindi solo il supporto del documento clinico, ma il modo in cui la storia sanitaria della persona viene resa visibile, accessibile, condivisibile e governabile.

Un’analisi sociale della tecnologia

Questa visione mi sembra convincente perché non separa il piano tecnologico da quello sociale, organizzativo e istituzionale. La prospettiva sociologica non indebolisce l’analisi tecnica, ma la completa: consente di leggere la salute digitale come un problema multidisciplinare e transdisciplinare, nel quale infrastrutture, standard, processi, professioni, governance e impatto sulle persone devono essere considerati insieme.

Ne deriva una critica implicita a ogni visione riduttivamente tecnico-amministrativa della sanità digitale. Non basta introdurre piattaforme, standard o servizi online: la sanità digitale diventa davvero innovazione solo quando modifica pratiche professionali, processi organizzativi, forme di comunicazione, modalità decisionali e possibilità concrete di cura.

Il passaggio all’intelligenza artificiale

Il secondo capitolo amplia il quadro teorico del volume, collocando la sanità digitale nel passaggio dall’informatica clinica tradizionale alla Deep Medicine e all’intelligenza artificiale. Il punto centrale non è soltanto l’evoluzione degli strumenti, ma il cambiamento del modo in cui la conoscenza clinica viene prodotta, organizzata e utilizzata. In questa cornice, FSE, EDS e telemedicina sono letti come istituzioni informative capaci di incidere sulla relazione tra professionisti, cittadini e sistema sanitario.

Il riferimento alla Deep Medicine consente all’autore di valorizzare una visione dell’AI come tecnologia di supporto, orientata a potenziare le capacità cognitive, diagnostiche e relazionali del medico, non a sostituirlo. Qui emerge però un punto di attenzione. La Deep Medicine, nella formulazione di Topol richiamata dal volume, assegna un ruolo importante al deep learning; tuttavia, il libro stesso riconosce più avanti il trade-off tra performance e trasparenza. Il deep learning non coincide necessariamente con una black box assoluta, ma pone un problema strutturale di interpretabilità, perché la sua potenza predittiva deriva spesso da rappresentazioni interne difficili da tradurre in ragioni comprensibili per medico e paziente. Per questo, il richiamo alla Deep Medicine resta convincente sul piano della centralità della relazione di cura, ma richiede una precisazione: in sanità, l’AI deve essere anche spiegabile, supervisionabile e comunicabile.

Il capitolo introduce anche il rischio di una asimmetria informativa tra istituzioni, operatori tecnologici e cittadini, da cui deriva la necessità di una governance fondata su fiducia, trasparenza e responsabilità. L’autore collega questa esigenza ai modelli federati, coerenti con la natura regionalizzata del SSN e con la valorizzazione dei territori. La cautela, tuttavia, è che il modello federato non può essere assunto come garanzia automatica: la stessa storia del FSE mostra ritardi, disomogeneità e asimmetrie prodotte anche da una governance frammentata. Più del federalismo in sé contano le condizioni della sua attuazione: regole comuni, interoperabilità, sicurezza, coordinamento nazionale, capacità amministrativa e chiara attribuzione delle responsabilità.

Una traiettoria storica lunga

Il libro ricostruisce la sanità digitale italiana come una traiettoria lunga, che non nasce con il PNRR né con il Fascicolo Sanitario Elettronico, ma affonda le proprie radici nei sistemi informativi sanitari, nei CUP, nelle prime reti regionali e nei tentativi di razionalizzazione organizzativa dei servizi. In questa prima fase, l’informatizzazione rispondeva soprattutto a esigenze di controllo, efficienza, programmazione e razionalizzazione della spesa: l’obiettivo principale non era ancora costruire un ecosistema di dati clinici al servizio della continuità di cura, ma rendere più governabili processi amministrativi, prestazioni, agende, prescrizioni e flussi gestionali.

Premesse per il futuro

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