Il caso Like Company contro Google: un precedente storico
Il contenzioso tra la società di media digitale Like Company e il colosso tecnologico Google è stato portato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) con la sigla C‑250/25. La questione centrale riguarda il chatbot Gemini, una delle più avanzate intelligenze artificiali generative di Google, che utilizza algoritmi di retrieval‑augmented generation (RAG) per recuperare in tempo reale articoli pubblicati online e riformularli in risposta alle richieste degli utenti.
Secondo l’avvocato generale Maciej Szpunar, le risposte di Gemini non sono semplici riassunti, ma riproducono la “forma espressiva” originale dei testi, rendendo riconoscibile il contenuto dell’articolo di partenza. Questa caratteristica, se confermata, potrebbe configurare una violazione del diritto d’autore, poiché la legge UE tutela non solo il contenuto sostanziale ma anche la forma originale di un’opera.
Che cosa prevede la direttiva sul diritto d’autore (DSM)
La Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale (DSM) stabilisce che i titolari dei diritti hanno il controllo esclusivo sulla riproduzione, comunicazione al pubblico e distribuzione delle loro opere. La normativa prevede inoltre una “eccezione per la citazione” limitata a brevi estratti a scopo di critica o informazione, ma non copre l’uso esteso di testi interi o di parti sostanziali che ne conservano la struttura.
Nel caso di Gemini, l’algoritmo non si limita a citare brevi passaggi, ma ricostruisce l’intero articolo, mantenendo lo stile, la sequenza dei paragrafi e talvolta anche le frasi quasi identiche, superando di gran lunga i limiti consentiti dalla citazione.
Come funziona il modello RAG di Gemini
Il modello RAG combina due fasi: una fase di recupero (retrieval) in cui il sistema interroga un indice di documenti web, e una fase di generazione (generation) in cui il modello di linguaggio produce la risposta. Quando l’utente chiede “Cosa è successo ieri al mercato azionario?”, Gemini esegue una ricerca su fonti giornalistiche, estrae il testo più pertinente e lo rielabora.
Il problema nasce quando il motore di generazione non “parafrasa” sufficientemente il contenuto, ma lo riproduce quasi parola per parola. Alcuni test condotti da esperti di copyright hanno mostrato che più del 70 % delle risposte di Gemini contengono sequenze di cinque parole o più identiche rispetto all’articolo originale, superando la soglia di “sostanziale” fissata dalla giurisprudenza europea.
Esempi concreti di violazione
- Articolo di La Repubblica del 12 aprile 2026: Gemini ha risposto a una domanda sul “cambio di governo in Italia” riproducendo quasi integralmente il titolo, il sottotitolo e i primi tre paragrafi, mantenendo la stessa struttura narrativa.
- Report di Bloomberg del 3 marzo 2026: la risposta di Gemini ha incluso la frase “Il mercato azionario ha chiuso in ribasso del 2,3 %”, identica al testo originale, e ha conservato la tabella dei dati senza modifiche.
- Articolo di The Guardian del 20 febbraio 2026: la risposta ha mantenuto lo stile di “inchiesta investigativa” con la stessa sequenza di citazioni, violando così il diritto di integrità dell’opera.
Implicazioni per gli editori e per la normativa UE
Se la CGUE accoglierà le conclusioni di Szpunar, le conseguenze per gli editori saranno profonde. Oltre a richiedere licenze specifiche per l’uso di contenuti da parte di AI, gli editori dovranno implementare sistemi di tracciamento dei loro contenuti per dimostrare eventuali violazioni. Alcune testate, come Il Sole 24 Ore, hanno già iniziato a inserire metadati di watermark digitale nei loro articoli per identificare utilizzi non autorizzati.
Per le piattaforme AI, la decisione implicherà la necessità di sviluppare algoritmi di “parafrasi avanzata” in grado di trasformare la struttura testuale senza perdere il significato informativo. Ciò potrebbe richiedere investimenti significativi in ricerca, oltre a una revisione delle policy di utilizzo dei dati di training.
Azioni pratiche per gli editori
- Implementare sistemi di monitoraggio automatico (es. AI‑driven plagiarism detection) per identificare usi non autorizzati dei propri contenuti.
- Negoziare accordi di licenza con fornitori di AI, includendo clausole specifiche sulla trasformazione del contenuto e sulla remunerazione per ogni utilizzo.
- Educare i giornalisti sull’importanza dei metadati e dei tag di copyright, affinché ogni pubblicazione sia tracciabile.
- Collaborare con associazioni di settore (es. ECSA, IAB) per definire standard comuni di protezione dei contenuti.
Prospettive future: verso una regolamentazione più stringente
Il dibattito sulla protezione dei contenuti digitali è ormai centrale nella politica dell’Unione europea. Dopo il caso Like Company, è probabile che la Commissione europea proponga emendamenti alla direttiva DSM per includere esplicitamente le AI generative nella definizione di “comunicazione al pubblico”. Inoltre, si prevede l’introduzione di un “registro europeo delle opere protette”, dove gli editori potranno depositare i propri testi per una più facile verifica da parte delle piattaforme AI.
Nel frattempo, gli editori dovranno prepararsi a una realtà in cui le loro opere saranno costantemente oggetto di estrazione automatica. La capacità di difendersi legalmente e di negoziare condizioni di utilizzo adeguate sarà fondamentale per garantire la sostenibilità del modello di business giornalistico.
Conclusioni
Il caso Like Company contro Google rappresenta una pietra miliare nella lotta per i diritti degli editori nell’era dell’intelligenza artificiale. Le risposte di Gemini, se giudicate violazioni, potranno costringere le piattaforme a rivedere radicalmente i loro processi di retrieval e generazione. Per gli editori, la sfida è duplice: proteggere i propri contenuti e adattarsi a un nuovo ecosistema digitale in cui le AI diventano protagoniste indiscusse della produzione informativa.
