Negli ultimi tempi sempre più persone usano assistenti come Claude o ChatGPT non solo per scrivere testi, ma per cercare informazioni, consultare calendari, incrociare dati. Il problema è che questi assistenti conoscono il mondo solo fino a una certa data, quella in cui sono stati addestrati: di ciò che succede dopo, e di ciò che pubblica un’associazione come PeaceLink, semplicemente non sanno nulla.
Quando possono, cercano sul web per colmare la lacuna, ma lo fanno in modo grezzo, senza un approccio strutturato e mirato. Per risolvere parzialmente queste limitazioni, ma anche per l’evoluzione naturale di come gli agenti AI operano su Internet, è emerso un nuovo standard di interoperabilità: il Model Context Protocol, o MCP.
Le radici del concetto di web semantico
Non è una questione del tutto nuova: già nel 2001 Tim Berners‑Lee immaginava un “web semantico” fatto di dati arricchiti di metadati formali, che le macchine avrebbero potuto combinare autonomamente. Quella visione non si è mai realizzata su larga scala, perché le ontologie necessarie erano troppo complesse da costruire e mantenere.
Oggi qualcosa di simile accade per una strada diversa, più pragmatica: non servono più vocabolari rigidi scritti a mano, perché un modello linguistico capisce da solo come usare gli strumenti disponibili, leggendone la descrizione in linguaggio naturale.
Che cos’è l’MCP?
MCP è uno standard, nato a fine 2024 e sviluppato da Anthropic, che permette a un agente di un modello linguistico di collegarsi direttamente a un servizio online e usarne le funzioni in modo strutturato, invece di limitarsi a leggerne il testo. La standardizzazione risiede nelle specifiche con cui i servizi espongono i propri contenuti, e nella maniera in cui i vari modelli possono interrogarli.
Prima di MCP ogni sito che voleva “parlare” con un’intelligenza artificiale doveva inventarsi un proprio metodo, e ogni assistente doveva adeguarsi a quel metodo specifico. Con MCP, un sito espone un elenco di “strumenti” (in gergo si chiamano tool) descritti in un formato comune: ad esempio un calendario di eventi, un motore di ricerca, un archivio di dati. Qualunque assistente compatibile con MCP, che sia Claude, ChatGPT o un altro, può leggere quell’elenco, capire a cosa serve ogni strumento e usarlo per rispondere a una domanda con dati veri e aggiornati, invece di inventarseli o di basarsi su informazioni vecchie di mesi.
Quattro motivi per adottare MCP
1. Precisione: se un’associazione pubblica dati (un calendario di eventi, un archivio di articoli), un assistente collegato via MCP può interrogarli in tempo reale, invece di “allucinare” una risposta plausibile ma sbagliata.
2. Autonomia: un assistente non si limita più a rispondere a una domanda, ma può usare più strumenti in sequenza per portare a termine un compito. Ad esempio, cercare gli eventi di una certa provincia, controllare se esiste un articolo collegato, e riassumere tutto in un’unica risposta.
3. Controllo dei dati: mettere a disposizione un server MCP significa decidere consapevolmente cosa condividere, con chi, e a quali condizioni. È l’opposto dello scraping selvaggio con cui molte aziende di intelligenza artificiale raccolgono dati dal web senza permesso.
4. Efficienza economica ed ergonomica: far “leggere” a un’intelligenza artificiale una pagina web intera, con tutto il suo codice, i menu, la pubblicità e gli elementi grafici, comporta un elevato costo computazionale. Un server MCP restituisce solo i dati richiesti, già strutturati e puliti: meno testo da elaborare, risposte più rapide e affidabili, integrazione più semplice da costruire e mantenere.
PeaceLink e i suoi due server MCP
PeaceLink ha attivato due server MCP distinti, pensati per pubblici diversi.
Sportello pubblico
Uno sportello pubblico, aperto a tutti, si trova all’indirizzo mcp-server.peacelink.it. Non richiede nessuna registrazione: chiunque, con un assistente compatibile, può collegarlo e usarlo subito. Espone cinque strumenti, tutti costruiti sui dati che il sito rende già pubblici. La scheda che descrive questi strumenti è disponibile all’URL https://mcp-server.peacelink.it/.well-known/mcp/server-card.json.
In pratica, si può chiedere a un assistente qualcosa come “quali eventi per il disarmo ci sono in Puglia nelle prossime due settimane” oppure “cosa ha scritto PeaceLink su Taranto e l’ILVA negli ultimi mesi”, e la risposta arriverà interrogando davvero i dati del sito, non la memoria approssimativa del modello.
Sportello riservato per la ricerca
Il secondo server, mcp-peacedata.peacelink.it, dà accesso a un patrimonio molto più specialistico: dataset internazionali su spese militari, trasferimenti di armi, conflitti armati, accordi di pace, sistemi nucleari, infrastrutture militari, inquinamento industriale e qualità dell’aria. Sono dati pensati per chi fa ricerca, giornalismo d’inchiesta o analisi, non per la consultazione occasionale.
L’accesso è riservato e va richiesto tramite un modulo sul sito, con approvazione manuale da parte dello staff. La distinzione non è casuale: il calendario di un’associazione può stare aperto a chiunque, ma un archivio di dati su commercio di armi o conflitti richiede un minimo di responsabilità su chi lo interroga e con quale intento.
Come collegarsi ai server MCP di PeaceLink
Chi ha già un assistente AI che supporta l’MCP (Claude, per esempio, lo supporta nelle impostazioni come “connettore personalizzato”) può semplicemente inserire l’indirizzo https://mcp-server.peacelink.it/mcpe e iniziare a fargli domande sui contenuti di PeaceLink: non serve altro, né registrazione né configurazioni aggiuntive.
Per lo sportello riservato il percorso è più articolato, perché richiede un login protetto (OAuth2, lo stesso standard usato per “accedi con Google” su molti siti) che non tutti i client AI sanno ancora gestire da soli. Il primo passo resta la registrazione su peacelink.it e l’invio di una richiesta di accesso. Una volta ottenuto il via libera dallo staff, se il proprio client AI supporta l’autenticazione OAuth per i server MCP può collegarsi direttamente; altrimenti PeaceLink pubblica anche due piccoli script Python d’esempio, pensati per chi vuole integrare i dati in una propria applicazione o semplicemente provarli da riga di comando:
- uno gestisce il login una tantum tramite browser,
- l’altro elenca i server disponibili ed esegue le interrogazioni.
Gli script sono pubblici e consultabili su git.peacelink.it.
Impatto sulla trasparenza e sul rischio di disinformazione
Aprire i propri dati a un protocollo standard come MCP non è soltanto una scelta tecnica: è una forma di trasparenza. Significa rendere più facile, per chi lavora sull’informazione, sulla pace e sui diritti, incrociare fonti verificate invece di affidarsi a ciò che un’intelligenza artificiale crede di sapere.
In un momento in cui il rischio di disinformazione (anche generata da AI) è concreto, mettere a disposizione dati puliti, verificabili e ben documentati è un piccolo contributo che PeaceLink può dare, coerente con la sua storia di informazione indipendente.
Limiti e prospettive future
Resta però un limite di fondo: pubblicare un server MCP rende i nostri dati più leggibili dalle intelligenze artificiali, ma non restituisce l’accesso diretto che il web dei motori di ricerca garantiva, pur con i suoi limiti. A decidere se, quando e come interrogarli resta un pugno di aziende, le stesse che controllano i grandi modelli linguistici: sono loro a scegliere quali connettori supportare e quanto spazio dare davvero alle fonti citate.
Una pagina di risultati permetteva di confrontare fonti diverse; una risposta di chatbot ne offre quasi sempre una sola, già filtrata e riassunta da chi quel modello lo possiede. Aprire i nostri dati non ci sottrae a questa mediazione, ci garantisce però una base più solida e verificabile per chi vuole costruire servizi informativi affidabili.
