L'Avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea, Maciej Szpunar, ha depositato le conclusioni nella causa C-250/25 tra la società editoriale ungherese Like Company e Google Ireland. Il parere, non vincolante ma di grande rilievo, indica che l'intelligenza artificiale può consultare gli articoli dei giornali per rispondere alle domande degli utenti, ma non può riprodurne i contenuti in modo da rendere inutile la lettura delle fonti originali.

Il caso tra Like Company e Google

Al centro della controversia c'è Google Gemini, il chatbot sviluppato da Alphabet che utilizza la tecnologia Retrieval-Augmented Generation (RAG). Questo sistema permette di recuperare informazioni dal web in tempo reale e utilizzarle per costruire risposte. Like Company accusa Google di avere utilizzato senza autorizzazione i propri articoli, violando i diritti riconosciuti agli editori giornalistici dalla direttiva europea 2019/790 sul diritto d'autore nel mercato unico digitale.

La contestazione riguarda sia l'impiego dei contenuti nell'addestramento dei modelli Gemini, sia il loro recupero e riutilizzo nelle risposte del chatbot. La questione è centrale per il futuro dell'informazione, poiché solleva dubbi sullo spazio che rimane per le testate che producono i contenuti e sul diritto delle piattaforme di utilizzare il lavoro giornalistico altrui senza autorizzazione o compenso.

La distinzione fondamentale

Szpunar suggerisce una distinzione fondamentale: il diritto degli editori non protegge i fatti e le informazioni in quanto tali, ma la specifica forma espressiva attraverso cui vengono raccontati. Un giornale non può rivendicare l'esclusiva su una notizia o su un evento di cronaca, ma può tutelare il lavoro editoriale e creativo necessario per trasformare quei fatti in un articolo.

Un chatbot può ricavare da una pubblicazione le informazioni essenziali e utilizzarle per elaborare una risposta autonoma. Il problema nasce quando riproduce in modo riconoscibile la forma espressiva dell'articolo originale, offrendo all'utente un contenuto sostanzialmente sostitutivo. Un riassunto dei fatti, dunque, non costituisce automaticamente una violazione del copyright.

Le modalità di accesso ai contenuti

Un secondo aspetto rilevante riguarda le modalità di accesso ai contenuti. Secondo l'Avvocato generale, se il chatbot recupera un articolo aggirando le misure tecniche predisposte dall'editore per limitarne l'accesso, come un paywall o altri sistemi di protezione, può configurarsi un'ulteriore violazione. La possibilità di consultare un contenuto online non equivale a un'autorizzazione a utilizzarlo e riprodurlo liberamente attraverso l'intelligenza artificiale.

L'addestramento dei modelli

Più sfumata è la questione dell'addestramento dei modelli. Szpunar suggerisce di dichiarare irricevibili due delle questioni sollevate dal giudice ungherese, perché non sarebbe stato dimostrato che gli articoli di Like Company siano stati effettivamente utilizzati per addestrare Gemini. Tuttavia, osserva che l'impiego di opere protette per attività di text and data mining può rientrare nell'eccezione prevista dalla normativa europea, che consente determinate operazioni automatizzate di estrazione e analisi dei contenuti.

Google sostiene che i propri modelli apprendono schemi linguistici per produrre risposte originali e ricorda la disponibilità di strumenti attraverso cui gli editori possono opporsi all'utilizzo dei propri contenuti. Il parere non introduce un divieto generale di consultazione degli articoli né stabilisce che qualsiasi utilizzo di contenuti giornalistici per addestrare un modello sia illegittimo.

Le implicazioni per il giornalismo

La posta in gioco va ben oltre la controversia tra Like Company e Google. Per gli editori europei, il problema è anche economico. Se i motori di ricerca hanno finora indirizzato gli utenti verso i siti attraverso i link, l'intelligenza artificiale rischia di trattenere il pubblico all'interno delle proprie piattaforme, fornendo risposte complete senza che sia necessario visitare la testata originale.

Il risultato potrebbe essere una perdita di traffico, ricavi pubblicitari, abbonamenti e visibilità. Il lavoro dei giornalisti rischierebbe così di diventare materia prima per servizi commerciali sui quali gli editori non hanno alcun controllo. La sentenza della Corte di giustizia, attesa nei prossimi mesi, potrebbe definire un nuovo confine tra innovazione tecnologica e tutela del giornalismo.

Se le indicazioni dell'Avvocato generale saranno confermate, le piattaforme dovranno prestare maggiore attenzione a come recuperano e restituiscono i contenuti editoriali. L'intelligenza artificiale potrà continuare a informare e sintetizzare le notizie, ma non potrà trasformarsi in un sostituto degli articoli da cui attinge, appropriandosi del lavoro delle testate.

I dati del Sic relativi al 2024 raccontano una rivoluzione: in Italia, a incassare più risorse nel mercato della comunicazione non è più la Rai, ma Google. Anche Meta cresce. Il giornalismo rischia di essere schiacciato dallo strapotere delle Big Tech.

Le due sentenze contro Meta e Google segnano un punto di non ritorno. Non si contesta ciò che gli utenti pubblicano, ma come le piattaforme sono state progettate. L’algoritmo non è neutro e chi lo costruisce ne risponde: l'immunità è finita.