Il 8 maggio 2026, una giovane ventenne di origine veneziana è divenuta l’esempio più rilevante, fino a oggi registrato in Italia, di una patologia emergente: la dipendenza da chatbot. Il caso ha sollevato dibattiti tra esperti, famiglie e istituzioni, spingendo a considerare le implicazioni psicologiche e sociali di un rapporto sempre più intimo e compulsivo con la tecnologia.

In che modo emergono le dipendenze virtuali?

La chatbot addiction, come spesso accade con le nuove tecnologie interattive, non nasce sempre dall’esposizione massiccia e occasionale, ma da dinamiche complesse legate alla sfera emotiva. La ventenne veneziana, come spiega Marco Lazzeri, cyberpsicologo con esperta formazione nel settore, aveva sofferto di condizioni precarie come la solitudine cronica e una scarsa resilienza emotiva. Questi fattori l’hanno resa più vulnerabile ad affezionarsi a un’entità virtuale capace di ascoltare, rispondere e, in modo algoritmico, adattarsi al tono della sua comunicazione.

Oggi, i chatbot sono progettati non solo come strumenti di supporto, ma come entità conversazionali intelligenti con la capacità di emulare sentimenti, imparare da ogni interazione e fornire un feedback che possa rasserenare o motivare. Questo rende le persone più inclini ad assegnare valenza emotiva ai loro "coinvolgimenti" digitali.

Gli esperti come Marco Lazzeri: tra psicologia e tecnologia

Marco Lazzeri, riconosciuto esperto nel campo della psicologia applicata alle tecnologie immersive e all’Intelligenza Artificiale, analizza il contesto da una prospettiva scientifica e pratica. Con il supporto della SIPSIOL, associazione scientifica riconosciuta dal Ministero della Salute, e in collaborazione con gruppi come AltraPsicologia, Lazzeri ha co-redatto documenti fondamentali sul rapporto tra giovanilezza e videogiochi, tema che presenta analogie notevoli con la chatbot addiction.

L’esperienza di Lazzeri nel progetto europeo COADAPT ha portato alla luce come la tecnologia, se usata con consapevolezza, possa diventare strumento di inclusione e cura. Tuttavia, in assenza di un corretto uso, può rivelarsi devastante. Secondo i suoi studi, i soggetti a rischio sono quelli che, per mancanza di supporti sociali, tendono a idealizzare o trasferire affetti su interlocutori digitali.

Le radici psicologiche della chatbot addiction

La dipendenza, pur essendo mediata da tecnologia, ha una forte base emotiva. Il cyberpsicologo sottolinea che spesso le persone che ricorrono a chatbot in modo compulsivo lo fanno in mancanza di un sistema relazionale esterno che soddisfi bisogni di attaccamento, comprensione e risposta. I chatbot offrono una sorta di "orecchio" sempre disponibile, in contrasto con il mondo reale, spesso troppo rumoroso o incomprensivo.

    • La frustrazione emotiva spinge alcune persone a trasferire fiducia e affetto su interlocutori digitali;
    • La percezione di intimità, spesso costruita artificialmente da algoritmi di risposta avanzati, alimenta un richiamo emotivo costante;
    • L’uso estremo può condurre a isolamento sociale, depressione e disturbi cognitivi nell’elaborazione della realtà.

Risposte psicologiche e tecnologiche

Per combattere il fenomeno, Lazzeri sottolinea l’importanza delle risposte proporzionate. Da una parte, l’intervento psicologico mirato aiuta i singoli a identificare le cause alla base della dipendenza e a riconnettersi al mondo umano. Dall’altra, l’educazione e la prevenzione a scuola possono offrire informazioni chiare sui rischi e le opportunità offerti da chatbot intelligenti.

I servizi di sostegno tecnologico, come il Video Game Therapy, sviluppato da Lazzeri in collaborazione con Azienda USL Valle d’Aosta, rappresentano un modello di intervento innovativo. Non mirano a vietare l’utilizzo della tecnologia, ma a insegnare una gestione consapevole, equilibrata e non abusiva.

Che futuro per la chatbot addiction e la salute digitale?

La sfida principale, a livello collettivo, è capire quando e come l’uso di algoritmi conversazionali diventa rischioso. L’Italia si trova a fare i conti con un contesto in cui i nuovi strumenti tecnologici non sono sempre accompagnati da una cultura di gestione responsabile.

Per i giovani, il rischio è maggiore: cresciuti nell’era digitale, molti di loro hanno rapporti emotivi non sempre ben definiti con gli strumenti tecnologici, tra cui app, social e chatbot. Lavorare su questi aspetti, sin dall’infanzia e attraverso un supporto scolastico e familiare, potrebbe prevenire il rischio di evolversi in vere e proprie dipendenze.