Uno dei primi segnali di crisi finanziaria in un'azienda era tradizionalmente il licenziamento dei dipendenti. Di fronte ai primi indizi di insolvenza, le imprese si contraevano per ridurre i costi e destinare più risorse a migliorare la produttività e i ricavi. Questa formula, però, ha smesso di funzionare, almeno nel settore tecnologico, dove le grandi corporazioni licenziano una parte consistente della propria forza lavoro pur avendo casse piene e una agenda di investimenti in crescita.

Numeri che sorprendono: più di 197.000 licenziamenti in dieci mesi

Secondo i monitor di impiego del settore tecnologico come Trueup, entro la fine di ottobre 2026 sono stati contabilizzati oltre 197.000 licenziamenti nel comparto tech. Negli Stati Uniti, i dati della consulenza Challenger, Gray & Christmas riportano 165.925 licenziamenti annunciati fino a settembre, con un incremento del 54 % rispetto al 2025. Con queste cifre, la tecnologia concentra il 29 % di tutti i tagli annunciati a livello nazionale, superando qualsiasi altra industria.

Il dato è ancora più sorprendente se confrontato con l'andamento generale dei licenziamenti negli USA, che è diminuito del 39 % rispetto all'anno precedente. Gran parte di questo calo è attribuibile al settore pubblico; escludendo il governo, il decremento si attesta intorno al 15 %. Al contrario, il settore tecnologico va controcorrente, riducendo la forza lavoro senza aumentare le assunzioni.

I piani di assunzione del settore tech ammontano a 22.361 posizioni nel 2026, più di sette volte meno dei licenziamenti. Il quadro è quindi chiaro: le aziende tecnologiche stanno licenziando, ma non stanno reintegrando il personale.

Esempi emblematici: Oracle, Cisco, Intel e Microsoft

Un caso emblematico è Oracle, che guida la classifica dei licenziamenti. Nel suo bilancio annuale, la compagnia dichiara una forza lavoro di 141.000 dipendenti al 31 maggio, rispetto ai 162.000 del 2025: una riduzione di 21.000 unità, nonostante un incremento dei ricavi del 17 % a 67,357 miliardi di dollari. Oracle ammette che l'adozione dell'IA “ha provocato, e può continuare a provocare, riduzioni di personale”.

In maggio, Cisco ha registrato ricavi record pari a 15,8 miliardi di dollari. Nello stesso comunicato, la società ha annunciato il licenziamento di circa 4.000 dipendenti, quasi il 5 % della sua forza lavoro. Il CFO Mark Patterson ha difeso la decisione sostenendo che “non si tratta di una ristrutturazione motivata dal risparmio”.

Intel, pur non menzionata nei dettagli del comunicato, segue la stessa tendenza di tagli su larga scala, contribuendo al quadro complessivo di riduzione del personale nel settore hardware.

Microsoft: investimenti massicci e riduzione del personale

Microsoft ha destinato 41 miliardi di dollari al solo ultimo trimestre fiscale e, a giugno, contava 223.000 dipendenti, cioè 5.000 in meno rispetto al 2025. L'azienda riconosce, nel suo rapporto annuale, che gli investimenti in cloud e IA continueranno a far salire i costi, potenzialmente comprimendo i margini. Per compensare, ha lanciato un’offerta di uscita volontaria per circa 60.000 dipendenti, pari al 27 % della sua forza lavoro.

Il paradosso degli investimenti in IA: più spese, meno stipendi

Nonostante i bilanci record, i risparmi ottenuti dalle riduzioni salariali vengono interamente reinvestiti nei data center, descritti come “un buco nero di risorse”. Le grandi tech prevedono investimenti per 760 miliardi di dollari nel 2026. Questo denaro alimenta la costruzione di infrastrutture per l’IA e l’acquisto di chip avanzati, generando una dinamica in cui la spesa in hardware cresce a spese del budget salariale.

Amazon, ad esempio, dimostra in tempo reale che l'IA non crea né distrugge posti di lavoro, ma li sposta. La società sta riorganizzando ruoli tradizionali verso funzioni più orientate all'IA, senza un netto aumento o diminuzione del totale di dipendenti.

Reazioni del mercato e narrazione di “AI washing”

Il mercato reagisce positivamente ai piani di licenziamento: dopo l’annuncio di Cisco, le azioni della compagnia sono salite di quasi il 20 %. Gli investitori preferiscono ridurre la voce di spesa più voluminosa, cioè il personale, per proteggere i margini mentre aumentano gli investimenti in chip.

Tuttavia, la narrativa secondo cui i licenziamenti sono motivati esclusivamente dall’IA è stata contestata. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha riconosciuto l’esistenza di “AI washing”, ovvero la tendenza a incolpare l’IA per licenziamenti che avrebbero comunque avvenuto. I dati di Challenger indicano che 120.136 licenziamenti negli USA nel 2026 sono attribuiti all’IA, pari al 21 % del totale, diventando la prima ragione citata per il licenziamento quest’anno.

Impatto sui dipendenti e prospettive future

Il problema non è tanto che l’IA distrugga il mercato del lavoro, ma che milioni di dipendenti saranno costretti a riqualificarsi per nuove professioni. Il rapido spostamento di capitale verso l’IA crea un gap di competenze che richiederà investimenti massicci in formazione e riqualificazione.

Bill Gates, in una recente intervista, ha definito la transizione verso l’era dell’IA “uno dei momenti più turbolenti della storia dell’umanità”. L’adozione accelerata di tecnologie avanzate, unita a una riduzione della forza lavoro, rende necessario un dialogo tra governi, imprese e sindacati per gestire la riconversione professionale.

Conclusioni: una contraddizione strutturale

Il 2026 segna un punto di svolta nel settore tecnologico: profitti record e investimenti senza precedenti in IA coesistono con una massiccia riduzione del personale. Le aziende stanno scegliendo di tagliare i costi salariali per finanziare infrastrutture di calcolo e chip, creando una contraddizione strutturale tra risparmio e spesa. La sfida per il futuro sarà bilanciare la crescita tecnologica con una strategia di occupazione sostenibile, evitando che il risparmio sui salari si traduca in un deficit di competenze a lungo termine.