Il Digital Markets Act segna il passaggio da un controllo antitrust prevalentemente ex post a un modello regolativo ex ante per le grandi piattaforme digitali. I casi Google Shopping, Android, AdSense e le nuove indagini UE mostrano continuità, criticità e prospettive della disciplina.
Il Digital Markets Act come snodo nell’evoluzione dell’antitrust europeo
Google rappresenta uno snodo centrale nell’evoluzione dell’antitrust europeo. Dai casi Google Shopping, Android e AdSense alle nuove indagini di non conformità, il Digital Markets Act introduce un modello di controllo più preventivo sulle piattaforme digitali qualificate come gatekeeper.
Origini e contesto normativo del Digital Markets Act
Il varo del Digital Markets Act (DMA) è il risultato di un percorso legislativo che si è svolto a partire dal dicembre del 2020, quando la Commissione europea presentò un progetto di regolamento per applicare una normativa anteriormente al lancio di determinati servizi. L’applicazione di tale disciplina non dipendeva dalla valutazione degli effetti reali o potenziali sulla concorrenza che i nuovi servizi potessero generare.
Sulla base di tale proposta, il 14 settembre 2022 il Parlamento europeo e il Consiglio UE approvarono il Regolamento (UE) 2022/1925, noto come Digital Markets Act. Il regolamento è entrato in vigore il 1° novembre 2022 ed è stato applicato a partire dal 2 maggio 2023.
Identificazione delle piattaforme e definizione del modello
Nel dettaglio, il DMA ha individuato dieci principali servizi gestiti dalle piattaforme, comunemente noti come core platform services (CPS). La selezione è avvenuta sulla base di caratteristiche come l’economie di scala esterne, effetti di rete significativi, elevato grado di dipendenza degli utenti, effetti di lock-in, assenza di multihoming per uno stesso scopo e vantaggi basati sui dati.
Obblighi e divieti per le piattaforme
Il DMA prevede diciotto obblighi (dos) e una serie di divieti nei confronti delle piattaforme indicate dalla Commissione europea che agiscono come gatekeeper in uno o più CPS. La Commissione ha il compito di designare i gatekeeper in base a parametri-soglia predeterminati.
Vige un regime di presunzione relativa: l’azienda che soddisfa tutti i parametri deve notificare alla Commissione motivi per confutarla. La Commissione ha quarantacinque giorni per individuare i gatekeeper oppure avviare un’indagine.
Adempimenti e tempi del DMA
I gatekeeper hanno sei mesi per adeguarsi ai limiti e ai divieti definiti dal DMA. I 22 CPS individuati il 5 settembre 2023 avevano l’obbligo di rispettare le nuove norme entro il 7 marzo 2024, mentre Booking.com e Apple (relativamente a iPadOS) dovevano soddisfare tali prescrizioni entro l’autunno 2024.
Aggiornamenti e modifiche al regolamento
La Commissione può svolgere ulteriore attività di indagine per aggiungere nuovi CPS. In questo caso è richiesta una modifica normativa approvata da Consiglio e Parlamento. Se invece si modifica la lista degli obblighi e dei divieti, è sufficiente un atto delegato della Commissione.
Il caso Google Shopping
Il caso Google Shopping rappresenta una pietra miliare nel contesto giurisprudenziale relativo all’art. 102 del TFUE, che vieta l’abuso di posizione dominante. La Commissione europea ha condotto un’indagine a partire dal 2017, culminata con una sanzione di 2,7 miliardi di euro a carico di Google, successivamente confermata dal Tribunale dell’Unione Europea.
La condotta contestata riguardava la pratica di privilegiare il servizio Google Shopping tra i risultati di ricerca, posizionando i servizi concorrenti in modo meno visibile. Il tribunale ha ritenuto tale pratica lesiva, basandosi su elementi come la quota di traffico gestita da Google e la sua capacità di indirizzare gli internauti verso i primi risultati.
Le condotte anticoncorrenziali nascoste
La strategia utilizzata da Google è definita “self-preferencing”, un aspetto della più ampia strategia del leveraging. Il Tribunale ha evidenziato che tale comportamento, pur non mirato all’esclusione diretta, indebolisce sensibilmente la concorrenza legittima. Questo ha rappresentato un importante precedente giurisprudenziale.
Il caso Android: un ecosistema tecnologico di controllo
Android, sistema operativo sviluppato da Google, mostra una forma di apparente apertura, essendo open source, ma nasconde una strategia di controllo sottile. La multinazionale gestisce servizi chiave come Google Play Store, Google Search e Chrome, che influenzano direttamente l’esperienza dell’utente e la monetizzazione.
Il sistema Android non è un semplice software, ma funge da fulcro di un’intera filiera tecnologica ed economica. I produttori di dispositivi mobili traggono vantaggio dalla gratuità di Android, ma sono pressoché obbligati ad adottare i servizi di Google. Questo aspetto ha portato la Commissione Europea a rilevare come la forzatura di installare determinate applicazioni riduca la concorrenza nel mercato.
Conclusione: il futuro dell’antitrust europeo
Il DMA non riconosce solo apri, ma introduce un modello di antitrust più preventivo ed efficiente. Sebbene le grandi piattaforme conservino un ruolo dominante, il controllo regolatorio ha acquisito strumenti nuovi per frenare atteggiamenti distorsivi nel mercato digitale. Il caso Google e il ruolo del Tribunale UE illustrano il percorso in atto verso una concorrenza più equilibrata e trasparente per tutti gli stakeholder coinvolti.
