droni, italia può crescere solo se esce dalla fase sperimentale
Il mercato professionale dei droni in Italia sta registrando un interessante sviluppo. Tuttavia, l’apparato normativo che regola il loro utilizzo, le infrastrutture aeroportuali insufficienti e la dipendenza da filiere industriali estere stanno frenando un potenziale di crescita che potrebbe essere determinante per il rilancio del settore industriale e il potenziamento dell’economia circolare.
Le tecnologie per i droni di uso professionale sono già mature e presenti in Italia. Sono numerose le eccellenze tecnologiche italiane nei settori aerospaziale, infrastrutturale e di gestione dati: aziende e startup si stanno distinguendo nella sperimentazione con velivoli autonomi per la logistica, l’assistenza medica e il monitoraggio ambientale. Tuttavia, l’utilizzo reale di queste capacità dipende fortemente da una struttura legislativa e infrastrutturale che ancora non ha risposto in maniera organica e completa alle esigenze moderne.
Barriere normative e infrastrutture inadeguate
Oggi, per operare con i droni in modo autonomo, un operatore deve richiedere autorizzazioni complesse e spesso sproporzionate rispetto alle finalità del volo. Le limitazioni sulla capacità di effettuare voli Beyond Visual Line of Sight (BVLOS), per esempio, rappresentano un punto di forza delle altre economie che stanno digitalizzando i propri asset infrastrutturali. In Europa, Paesi come la Germania e gli Stati Uniti stanno già permettendo a operatori autorizzati di effettuare corse, distribuzioni mediche e monitoraggi territoriali in autonomia, grazie al supporto di piattaforme regolamentate come U-space.
Un’altra criticità è rappresentata dal sistema aereo italiano, che manca di infrastrutture dedicate alle operazioni di drone, dagli aerodromi di supporto ai vertiporti e ai centri di controllo a distanza. Senza una mappatura chiara e un piano di investimenti, l’Italia non riesce a sostenere le innovazioni tecnologiche in corso. In parallelo, la scarsa disponibilità di formazione specifica per operatore drone riduce le possibilità di crescita occupazionale in questo settore.
Un piano di sviluppo concreto
Per sbloccare questo quadro, è stata presentata una risoluzione parlamentare che richiama all’azione concreta il governo. Il testo chiede l’implementazione di una serie di misure chiave:
- Attivazione dei voli BVLOS: permettere il volo a distanza vista non visibile, indispensabile per l’avvio di servizi logistici, sanitari e infrastrutturali.
- Piano per l’U-space: avvio di un ambiente gestionale digitale per i voli a bassa quota, che regoli, controlli e autorizzi in tempo reale ogni operazione aerea.
- Creazione di Sandbox regolamentari: spazi controllati dove operatori e aziende possano sperimentare modelli operativi senza limitazioni, ma sottoposti a una supervisione attiva.
- Investimento nella formazione professionale: potenziamento dei corsi per operatore drone, con la collaborazione fra università, industria e enti certificatori.
- Economia dei vertiporti e delle piattaforme subacquee: supporto per nuove infrastrutture aeree e marine.
Questi interventi non sono una fantascienza: sono state già sperimentate con successo da Paesi diversi e rappresentano un modello replicabile qui.
L’Italia può diventare una leader digitale?
La filiera italiana nel settore del drone può crescere solo se si integra con una strategia europea. L’Italia, con la sua posizione geografica centrale e la sua tradizione industriale, può diventare un punto focale per l’innovazione e la digitalizzazione europea. Ma per farlo, serve un piano strutturale in grado di integrare tecnologia, normativa, istruzione e infrastrutture.
Finché l'Italia resterà in una sorta di stato sperimentale, il mercato non si svilupperà appieno. Investire oggi in tecnologie e regolare in modo chiaro e flessibile significa creare le basi per il futuro. Perché i droni, insieme all’IA, alla 6G e all’automazione, rappresentano uno degli asset più strategici del prossimo decennio.
