Il Digital Markets Act (DMA) entra nella sua stagione decisiva. La terza relazione annuale pubblicata dalla Commissione europea il 22 maggio 2026 segnala un movimento netto: dopo la fase di avvio e di designazione dei grandi gatekeeper, Bruxelles è passata all'enforcement pieno, con multe, decisioni vincolanti e nuove indagini. Il punto politico e industriale diventa chiaro: il Digital Markets Act non è più un quadro normativo ambizioso, ma uno strumento operativo per rielaborare i rapporti di forza nei mercati digitali.
Un cambio di passo con impatto concreto
La novità più significativa risiede nei benefici emergenti per utenti e aziende. La Commissione ha osservato che, nel 2025, molti vantaggi pratici in termini di scelta, accesso ai dati e condizioni di mercato hanno iniziato a materializzarsi. Questo dimostra che il regolamento è capace di produrre cambiamenti reali, non solo in teoria.
Il documento è da considerare non come un bilancio, ma come una fotografia di un netto acceleramento. I benefici non emergono come effetti collaterali, ma sono il risultato di una strategia mirata a ridisegnare i mercati e la loro governance.
Piattaforme colpite al cuore del modello economico
Il report mette in evidenza due settori dove il Digital Markets Act sta colpendo il cuore delle strategie delle grandi piattaforme: l’anti-steering e l’uso dei dati. Nel primo caso, la Commissione ha sanzionato Apple con 500 milioni di euro, in relazione al blocco delle informazioni sugli sviluppatori al di fuori dell’App Store. Nel secondo, Meta è stata multata con 200 milioni di euro per il modello "consent or pay", considerato ingiusto per la mancanza di vere alternative di privacy.
Queste due questioni non riguardano solo Apple o Meta: esprimono un’idea chiara della Commissione. L’obiettivo non è soltanto correggere pratiche anticoncorrenziali visibili, ma limitare il vantaggio strutturale accumulato dai gatekeeper attraverso la gestione dei dati.
Interoperabilità: aprire gli ecosistemi tecnici
Un tema chiave nel report è stato il tema dell’interoperabilità, in particolare riguardo i dispositivi connessi, dove la Commissione ha fissato condizioni precise per l’accesso di terze parti a funzionalità come iPhone o iOS. Sono state aperte le porte agli sviluppatori, permettendo loro di competere in ambienti che erano fortemente controllati dal dominatore del mercato.
Un’opportunità industriale
Sull’interoperabilità si fonda non solo una strategia pro-concorrenza, ma anche uno sguardo lungo verso l’innovazione a livello europeo. Gli sviluppatori, i produttori e i prodotti digitali potranno crescere in segmenti ad alto valore se il mercato non è più monopolizzato.
Il rapporto elenca il valore economico concreto dell’apertura: nuovi mercati, nuovi prodotti, nuove esperienze tecnologiche. Il messaggio di Bruxelles è chiaro: l’innovazione non vive solo nell’isolamento, ma nella collaborazione e nell’accesso equo alle tecnologie.
Cloud computing: la nuova frontiera
Una sezione del report dedica particolare attenzione alle infrastrutture del cloud, una volta dominio quasi esclusivo di giganti statunitensi come AWS e Microsoft. La Commissione ha lanciato tre indagini mirate su queste società per verificare se rispettino i nuovi parametri fissati dal Digital Markets Act.
Un mercato infrastrutturale da regolare
Si tratta di un passaggio significativo: il Dma si sposta verso il cuore della digitalizzazione, con il cloud che funge da base tecnica per servizi aziendali e sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sono in discussione problemi come l’accesso limitato ai dati, gli squilibri contrattuali e le pratiche di tying.
L’importanza del cloud non è soltanto commerciale, ma legata alla sovranità tecnologica dell’Europa. La Commissione sta dicendo chiaramente che il controllo di questa infrastruttura è una questione strategica per il continente.
Motori di ricerca e sostenibilità degli editori
Un altro tema trattato nel report è la relazione tra i motori di ricerca e la sostenibilità degli editori. La Commissione ha avviato un’inchiesta su Google Search, con particolare attenzione alla sua politica di auto-preferenza. Un nuovo dossier riguarda anche la cosiddetta "site reputation abuse policy", che tocca l'accesso al pubblico da parte degli editori digitali.
Un terreno pericoloso
La sostenibilità finanziaria degli editori dipende oggi in larga misura dalla visibilità nei motori di ricerca. Se una piattaforma dominante può ridefinire unilateralmente le condizioni di accesso al traffico, il rischio non è solo concorrenziale, ma anche editoriale.
Il Digital Markets Act entra quindi in una dimensione non solo tecnologica, ma culturale: gli editori europei non hanno una garanzia automatica di redistribuzione di valore, ma almeno uno spazio concreto per contestare prassi che li escludono dal mercato.
Il fattore dell’intelligenza artificiale
Un dato rilevante del report è che la Commissione ha ricevuto 36 notifiche di concentrazioni da parte dei gatekeeper, per un totale di 55 dal 2023. Le operazioni di integrazione si concentrano in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale. Queste concentrazioni evidenziano un movimento rapido nel mercato, dove i grandi player cercano di rafforzarsi tecnologicamente.
Un regolamento che evolve
Il Digital Markets Act viene sempre più visto come una disciplina dinamica, capace di aggiornarsi in relazione alle sfide emergenti. La revisione del regolamento nel 2026 e l’integrazione con il GDPR dimostrano la volontà della Commissione di non lasciare spazio a "zone franche" nella governance digitale.
Per il mercato europeo, questo apre possibilità importanti. Non solo una maggiore concorrenza e accesso al mercato, ma anche una partecipazione più attiva negli sviluppi tecnologici e industriali globali.
