La proposta del Buono Digitale punta a sostenere investimenti in software, cybersicurezza, intelligenza artificiale, formazione e consulenza per piccole imprese e professionisti. Una misura triennale che guarda al modello spagnolo del Kit Digital e alla produttività del sistema italiano.

Nel dibattito italiano sulla politica industriale si parla spesso di grandi fabbriche, infrastrutture, energia e incentivi agli investimenti materiali. Molto meno di ciò che oggi pesa sempre di più sulla produttività: software, dati, cybersicurezza, formazione, intelligenza artificiale e capacità organizzativa. È proprio su questo terreno che l’Italia mostra uno dei suoi ritardi più persistenti, ed è in questo contesto che si inserisce la proposta del “Buono Digitale”, portata avanti da Assosoftware, una misura pluriennale per sostenere gli investimenti immateriali delle realtà più piccole: software, servizi digitali, cybersicurezza, intelligenza artificiale, consulenza, formazione e supporto organizzativo. L’obiettivo non è finanziare un acquisto una tantum di tecnologia, ma aiutare imprese e professionisti ad adottarla davvero, integrarla nei processi e trasformarla in produttività.

Le caratteristiche principali del Buono Digitale

Secondo la proposta, la misura avrebbe durata triennale e una dotazione pubblica di 3,951 miliardi di euro, pari a 1,317 miliardi l’anno, per una platea potenziale di circa 578 mila beneficiari. Grazie al cofinanziamento privato, gli investimenti attivati sono stimati in circa 7,05 miliardi: circa 1,78 euro di spesa complessiva per ogni euro pubblico. Una leva per mobilitare investimenti che molte piccole realtà oggi rinviano o non riescono a sostenere da sole.

Il contesto: ritardi diffusi nell’economia italiana

Il problema è strutturale. L’Italia ha un ritardo tecnologico diffuso: nel 2023 solo il 45,8% della popolazione aveva competenze digitali almeno di base, contro il 55,6% della media europea, il 66,2% della Spagna, il 59,7% della Francia e il 52,2% della Germania. Il quadro delle imprese conferma questo ritardo. Nel 2024 il 70,2% delle PMI italiane aveva raggiunto almeno un livello base di intensità digitale: un dato in crescita, ma ancora sotto la media UE del 72,9%, lontano dalla Germania, vicina all’80%, e dall’obiettivo europeo del 90% entro il 2030.

    • Tra il 1995 e il 2023 la quota di investimenti immateriali sul PIL è salita in Francia dal 11% al 16%, in Germania dal 7% al 10%, in Spagna dal 5% al 7,4%
    • La quota in Italia è cresciuta solo dal 7% all’8,4%
    • Il gap è ancor più grave nel settore delle piccole e micro imprese

Un modello ispirato a Kit Digital

Il Buono Digitale è politicamente interessante perché non punta a creare da zero un settore, ma a portare il digitale dentro una parte ampia dell’economia reale. Uno studio professionale che adotta strumenti di gestione documentale, una microimpresa che passa a un sistema di fatturazione e CRM più evoluto, una PMI che investe in cybersecurity o in software per organizzare produzione e magazzino non fanno notizia come una grande fabbrica. Ma è dalla somma di migliaia di passaggi simili che può nascere un recupero di produttività.

Il riferimento più diretto è il Kit Digital spagnolo, tra i principali programmi europei di voucher per la digitalizzazione. Con una dotazione pubblica di poco superiore ai 3 miliardi di euro, la Spagna ha superato gli 850 mila aiuti concessi, raggiungendo una platea molto ampia di imprese e oltre il 90% dei comuni. Non significa attribuire al solo Kit Digitale la crescita spagnola, che dipende da molti fattori, ma riconoscere un punto concreto: uno strumento semplice, digitale, con procedure rapide e fornitori accreditati può raggiungere in poco tempo una massa critica difficilmente ottenibile con gli incentivi fiscali tradizionali.

I vantaggi del modello ispanico

In Spagna il governo ha puntato su semplificazione amministrativa, verifiche automatizzate e tempi rapidi: secondo la relazione, i controlli preliminari sono passati da circa tre ore a tre minuti, con rilascio dell’aiuto in circa quindici giorni. È il punto su cui l’Italia deve stare più attenta: procedure lente, documentazione eccessiva o tempi incerti di liquidazione rischierebbero di scoraggiare proprio le piccole realtà a cui il Buono Digitale si rivolge.

La proposta italiana ha però elementi potenzialmente più maturi del modello spagnolo: non si limita alle categorie digitali di base, ma include formazione, consulenza, addestramento, compliance, certificazioni, software in abbonamento, SaaS e PaaS, cybersicurezza e intelligenza artificiale. È un punto decisivo: la tecnologia produce valore solo quando viene integrata nei processi e cambia concretamente il modo in cui l’impresa lavora.

Stime e scenari di impatto

Le stime vanno lette con cautela, ma indicano un’ambizione significativa. Nello scenario centrale, il Buono Digitale potrebbe aumentare la produttività delle imprese beneficiarie del 3-4%, con un impatto cumulato sul PIL dello 0,5-0,7% nel medio termine. Con un’attuazione più lenta l’effetto scenderebbe allo 0,3-0,4%, mentre in uno scenario accelerato, con procedure rapide, forte adesione e fornitori qualificati, potrebbe arrivare allo 0,8-1%. Non un miracolo economico, ma certamente un risultato rilevante.

I requisiti di successo

La questione decisiva, quindi, non è solo quante risorse stanziare, ma come spenderle. Per funzionare, il Buono Digitale avrebbe bisogno di procedure interamente online, istruttorie rapide, categorie di spesa chiare ma sufficientemente ampie da includere personalizzazione, migrazione e integrazione dei sistemi, fornitori qualificati senza criteri troppo restrittivi, tempi certi di liquidazione e strumenti come lo sconto in fattura per non scaricare la liquidità su imprese e fornitori. Servirebbe inoltre un monitoraggio pubblico non solo della spesa, ma dei risultati: adozione effettiva delle soluzioni, distribuzione territoriale ed effetti sul produttività, organizzazione e competenze.

I rischi di una cattiva attuazione

Il rischio, altrimenti, è quello tipico di molte politiche italiane: distribuire risorse senza accompagnare davvero la trasformazione. Un bando troppo complesso finirebbe per premiare chi ha già competenze amministrative, non chi deve compiere il salto digitale. Il Buono Digitale avrebbe senso solo se fosse l’opposto: uno strumento semplice, rapido e leggibile, pensato per chi non ha un ufficio dedicato ai bandi ma deve modernizzare processi