L’AI sta accelerando la ricerca di mercato, rendendo più rapida la lettura degli insight e dei trend del mercato. Tuttavia, per ottenere risultati utili alle decisioni strategiche e ai fini del marketing, è fondamentale investire su dati ben strutturati, processi tracciabili e una supervisione umana capace di discernere l’automazione utile dal potenziale disorientamento informativo.

Nel corso degli anni, la complessità nella ricerca di insight e nella tracciabilità di trend è cresciuta enormemente a causa delle molte fonti di dati e segnali, spesso poco chiari. Nonostante il 75% dei knowledge worker già utilizzi l’AI generativa, la sua diffusione non garantisce automaticamente risultati efficaci. L’AI può accelerare le attività, ma può anche generare disorientamento informativo se utilizzata senza criterio.

La traiettoria tecnologica

La tecnologia sta seguendo una traiettoria chiara: si è passati dalle prime applicazioni di machine learning per la classificazione e la previsione al cosiddetto augmented analytics, che suggerisce insight e spiega in linguaggio naturale, sino ai Large Language Models che stanno riscrivendo il paradigma della ricerca. Oggi, l’integrazione tra chatbot conversazionali, deep research automatizzata, agenti di analisi e validazione incrociata consente di comprimere tempi e passaggi mantenendo profondità e qualità. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta: è essenziale sviluppare una pipeline di lavoro chiara, con strumenti, fasi, responsabilità e soglie di controllo definiti.

Un framework per governare l’AI

Per misurare l’impatto reale dell’AI, bisogna considerare tre variabili fondamentali: l’accuratezza degli insight, la rapidità con cui emergono e la loro utilità ai fini strategici. Da qui nasce l’esigenza di un framework che aiuti i marketer e i ricercatori a scegliere le giuste tecnologie, ma soprattutto ad organizzare i processi. I punti chiave sono: ricerca su più livelli, ruoli chiari per uomo e macchina e criteri condivisi per separare i dati decorativi dagli insight effettivamente decisionali.

Raccolta e preparazione dei dati

Uno dei primi ambiti di applicazione dell’AI è la raccolta e la preparazione dei dati. Oggi i dati arrivano in volumi e formati eterogenei: da quelli non strutturati (come post social, articoli, recensioni) a tabelle e database strutturati. Gli strumenti AI-driven permettono di normalizzare in tempo reale o quasi il materiale disponibile, rendendo più agevole l’analisi su finestre temporali ristrette e l’integrazione di fonti differenti in una singola pipeline. Questo affronta una sfida cruciale: l’interoperabilità delle fonti e la capacità di lavorare con dati provenienti da contesti molto diversi.

Pulizia dei dati

Una fase chiave è la pulizia dei dati raccolti. Qui l’AI non si limita a automatizzare ma a migliorare la qualità del lavoro: riesce a riconoscere pattern di errori ricorrenti, identificare anomalie e ridurre drasticamente i tempi per la preparazione. Il risultato è la riduzione dei tempi di preparazione da giorni ad ore, dataset più coerenti e accesso più democratico alle analisi, rendendo queste utili anche per team non tecnici.

Identificazione dei trend

Negli ambienti di mercato iperdinamici, l’analisi manuale, una volta sufficiente grazie ad osservazione diretta e grafici statici, è ormai obsoleta. L’analisi semantica computazionale permette di andare oltre le semplici parole chiave per interpretare i significati. Questo consente non solo di analizzare il passato, ma di monitorare trend in quasi-real-time. Ulteriore vantaggio è dato dalla capacità predittiva dell’AI, che permette di anticipare i cambiamenti futuri. Per esempio, un brand legato al fashion potrebbe anticipare l’emergere di un certo colore o materiale monitorando le ricerche su TikTok o Pinterest.

Dal dato all’insight

La fase cruciale è trasformare i dati in insight – ovvero in conoscenza azionabile – per supportare le decisioni strategiche. Lavora su questo la tecnologia Natural Language Generation (NLG), in grado di sintetizzare dati complessi in report chiari e utili. Ma i modelli più avanzati non sono solo descrittivi: orientati alla causal inference, riescono a separare correlazioni da cause, ad esempio evidenziando l’influenza di fattori esterni su un prodotto.

Da qui si passa a un livello più profondo: l’AI non supporta solo le analisi, ma può arrivare a prendere decisioni automatiche, una pratica detta “automated decisioning”. Questo rappresenta un salto evolutivo importante, ma rende evidente l’esigenza di un framework metodologico chiaro e strutturato.

Un framework per l’AI to Insight

Nel nostro White Paper sull’AI abbiamo delineato il Framework AI to Insight (FAI), una pipeline suddivisa in sei fasi: definire obiettivi e contesto, ascoltare e raccogliere i segnali, pulire e arricchire le informazioni, identificare i pattern, interpretare e raccontare gli insight, mettere in pratica le decisioni e monitorarlo. L’idea è sfruttare appieno l’AI velocizzando i processi, ma mantenendo controllo e responsabilità umani. Il paradigma “human-in-the-loop” diventa quindi ineliminabile.

Limiti e criticità

I limiti di queste tecnologie emergono quando si analizzano casi concreti. Un esempio riguarda un modello che, interrogato su trend vegan in Europa nel 2024, ha fornito un riferimento a un report “EMEA Food Future 2024 by NielsenIQ” mai pubblicato. Si tratta di un risultato plausibile, ma inventato. Questo conferma l’importanza di verificare ogni insight prima che entri nei processi decisionali. Confrontare gli output di modelli diversi, utilizzare fonti validate e mantenere la supervisione umana riduce il rischio di errore, anche se non lo elimina del tutto.

Un altro rischio rilevante riguarda la compliance e la sicurezza. Secondo il report “AI Regulation and Business Readiness” (Deloitte, 2024), oltre il 60% delle aziende europee non ha una policy chiara sull’uso dell’AI per generare insight. Questo è un gap rilevante, soprattutto nel contesto dell’AI Act europeo e dell'adozione crescente di modelli generativi dentro strumenti quotidiani. Le problematiche tipiche includono l’utilizzo non conforme di dati personali, contenuti protetti da copyright non autorizzati e l’assenza di tracciabilità nei modelli AI usati per generare report.

Adozione organizzativa

Un terzo ostacolo è il change management. L’introduzione dell’AI richiede una cultura condivisa sul rispetto e i limiti di queste tecnologie, una revisione dei ruoli e l'introduzione di nuove competenze. Tuttavia, non sempre le organizzazioni si rivelano pronte per affrontare cambiamenti di tale rilevanza strutturale.

    • Figure ibride come il Prompt Strategist o l’AI Insight Analyst emergono come necessarie.
    • Programmi di reskilling guidati da piattaforme di formazione sono indispensabili per colmare le lacune.
  • Le tecnologie AI funzionano meg