L’industria degli elettrodomestici in Spagna aveva un’importante tradizione: brand come Balay, Corberó e Fagor furono simboli di un'epoca in cui l'industria locale forniva comfort e benessere ai nuclei familiari attraverso macchine come frigoriferi, lavatrici e forni. Tuttavia, questa pagina è ormai destinata a storia: negli ultimi 20 anni sono scomparse 17 fabbriche e ne rimangono poche, solo una decina, distribuite in tutto il paese, secondi dati di APPLIA, l’Associazione spagnola di produttori e importatori di elettrodomestici.

Questi numeri traducono il declino: il fatturato dell’industria è stimato in 4.500 milioni di euro all’anno e impiega 8.000 persone. Per uno stato come la Spagna rappresentano cifre modeste. La produzione si trova a un livello critico, vicina all’estinzione.

Di cosa si tratta? Il motivo, in una parola, è la delocalizzazione. Con gli alti costi della produzione in Europa, i produttori scelgono di spostare le operazioni verso l’Asia, dove i costi sono più bassi rispetto a quelli europei, che coinvolgono una serie di normative ambientali, regolamenti industriali e costi energetici più rilevanti.

Augusto Río, portavoce di APPLIA e direttore vendite di BSH inSpagna, ha dichiarato alla La Vanguardia, “Esistono normative in Europa che, in teoria, dovrebbero migliorare l’ambiente industriale, ma la loro applicazione rende più complicata la produzione dentro l’UE.”

Un aspetto centrale è il Mecanismo di Ajuste en Frontera por Carbono (CBAM), che grava l’acciaio necessario per questi apparecchi. Questo meccanismo, però, non si applica agli elettrodomestici importati già finiti, creando un vantaggio non equo: l’importazione di una tonnellata di acciaio da Asia è soggetta a tasse, ma l’acquisto di una lavatrice fabbricata in Asia con quell’acciaio non è soggetta a queste imposte.

Le conseguenze sono visibili in due piani: uno immediato e evidente, l’esodo di posti di lavoro e l’altro più complesso che riguarda la dipendenza strategica di beni di prima necessità domestica da terzi. Mantenere queste aziende adeguate e operative contribuisce al mantenimento di economie locali sotto un modello di lavoro stabile e qualitativo, un aspetto difficile da raggiungere nei settori del servizio.

Dal punto vista tecnologico, c’è un’intera infrastruttura legata all’innovazione industriale che si rompe quando si abbandonano le fabbriche. Il savoir-faire tecnico si esporta all’estero, e con essa si perde la retroazione cruciale che l’innovazione industriale richiede.

Nonostante il declino di queste industrie non si debba a una battuta d’arresto nella domanda di consumo. Renu Research prevede che il mercato europeo degli elettrodomestici passerà dai 112.330 milioni di dollari del 2024 ai 147.980 milioni del 2033, con una crescita annua superiore al 3%. Tuttavia, gli sviluppatori e i leader del mercato sono multinazionali, con aziende come BSH, Electrolux, Dyson, Whirlpool e la cinese Haier che dominano il settore. La Midea, un altro marchio cinese, ha acquistato il Gruppo Teka tra il 2024 e il 2025.

Storia e trasformazione

Storicamente, la produzione di apparecchi elettrici in Spagna rappresentava uno specchio del modello di sviluppo locale, allineandosi con lo stile di vita americano del consumo di massa del secondo dopoguerra. Le famiglie avevano una relazione più profonda con questi prodotti, poiché li acquistavano ma anche li costruivano, creando un forte legame con il marchio. Tuttavia, la globalizzazione negli anni ‘90 e il primo decennio degli anni 2000 hanno sconvolto questo equilibrio, spingendo le multinazionali a migrare verso regioni a basso costo.

Il contesto di offshoring è aggravato da una serie di normative specifiche: in Spagna, la garanzia minima sulla fabbricazione è di tre anni, rispetto ai due richiesti a livello UE. Inoltre, è obbligatorio conservare le parti di ricambio per un decennio, creando costi di magazzino che gli importatori riescono tranquillamente a evitare.

Una Europa divisa

La desindustrializzazione ha diviso in due Europa: una che si affida alla sua tradizione industriale per rimettersi in sesto, l’altra sottoposta a un forte offshoring. Il primo si sforza di competere con un mercato asiatico feroce, puntando su qualità, innovazione e longevità del prodotto, seguendo il modello adottato dalle aziende tedesche (Mittelstand) e da aziende come CNA (Cata), che ha una fabbrica a Torelló.

Santiago Torrent, presidente del gruppo CNA, ha esposto il piano aziendale: “Il reto non è crescere, ma farlo con maggiore valore aggiunto concentrandosi sulla qualità, l’innovazione e la durata.” Sono strategie di lungo termine che devono abbracciare non solo la produzione avanzata, ma anche la post-vendita, con riparazioni e servizi inclusi, settori in cui le nuove direttive europee (Direttiva europea sul diritto alla riparazione) pongono crescenti responsabilità per il ciclo di vita del prodotto.

Il lato oscuro

Questa strategia, pur raffinata, richiede tempo, capitali e un mercato disposto a pagare di più per un prodotto “madre patria”, una prospettiva non garantita, soprattutto in un contesto di forte inflazione. Inoltre, anche la Cina si è mostrata apertamente contraria alle tariffe protezioniste dell’UE, minacciando di prendere “azioni necessarie”.

La dipendenza dell’UE verso la Cina va ben oltre i lavatrici. Include componenti chiave come i semiconduttori, le batterie e le terre rare, limitando strutturalmente la UE nella sua capacità di stringere misure restrittive senza danni reciproci.

Conclusione

    • Il declino del settore elettrodomestico spagnolo è drammatico: 17 fabbriche chiuse o trasferite in due decenni.
    • I residui 10 imprese occupano 8.000 persone, con un fatturato di 4.5 miliardi annui.
    • La delocalizzazione è guidata da costi di produzione più bassi in Asia e normative complicanti in Europa.
  • I regolamenti europei, come il CBAM e le differenze nel periodo di garanzia, penalizzano la competitività